sabato 11 luglio 2015

dieci a mezzanotte

musica - moderat - last time  (ascolta mentre leggi)
fotografia - a.i. - Vicenza silent night  




ho visto un sacco di piante, quindi non ti chiamo...

l'amore non segue le logiche ti toglie il respiro e la sete

...............

mentre il mondo cade a pezzi io compongo nuovi spazi e desideri che appartengono anche a te mentre il mondo cade a pezzi mi allontano dagli eccessi e dalle cattive abitudini e tornerò all'origine e torno a te che sei l'essenziale

i can say no

in a dark room in cold sheets

i can feel

:'(

i feel lost between your legs

perchè piangi?

mi manchi

of the habits of my heats

it make it hard to let you go

I tell my self
you confident
you in my bones

I can say no you get too close

it make hard to let you go


now you falling asleep
now i'm going to sleep
let me go
i just can look and scare me
jelousy turning
lullaby
destiny is calling me
open up my eagel eyes
mr bright side


i'm coming out of my cage
it was only a kiss
and my stomach is sick
let me go

cause i just can't look and

and takin control

❤️

my wish
what to say of the day
sunday
for a while
oh sunday
for a while

ti fastidia?

if i was young
my dream on the ground

dream to die far from home
one by one

let the season begin with rose

capita anche a noi
di far la guerra e ambire poi alla pace

questo è un po' vero

i know

what?

che è un po' vero

smack

perchè far la pace è bello

se si è giovani

al cinismo più bieco e posato tipo quello da cantautorato esser stronzi è roba da pochi farlo apposta è roba da idioti


...sai che se vuoi puoi scrivere un post, vero?

le paure non han fissa dimora

non son più capace


non ci credo

a chi critica valuta elogia figli di troppo di madre noiosa arte è pensiero che esce dal corpo ne più ne meno dello sterco

perdenti per sempre perfetti per oggi

tu scrivi quello che ti passa per la testa..poi le parole le trovi al momento

puoi anche appiccicare versi di canzoni diverse

che so..

let me in
if you could keep me togheter for a moment in time
your skin
you will see

ma siccome l'idea è tua ed è pure carina raccogli un po' di messaggi che ci siamo mandati e poi li posto

for a moment in time

mi metto a dormire

finito il tempo. nuovo giorno. nuova notte
buona

sabato 22 novembre 2014

dieci a mezzanotte

musica - b.fleischmann - composure (ascolta mentre leggi)
fotografia - gp - sevilla, setas - d90 f/4.5 t:1/30 ISO:2500




Non ricordo chi diceva -e non ho intenzione di googlearlo- che la morte è una livella sociale, mette tutti sullo stesso piano. Orizzontale.

Ho avuto un'illuminazione su un'altra livella sociale: il mattino. Il mattino del prima che sorga il sole. L'ho scoperto da poco. Non l'ho scoperto da solo per altro, mi ci han praticamente portato.
Più che livella sociale lo si può definire come una sorta di cambio di prospettiva su un aspetto curioso e caratteristico degli agglomerati urbani che siamo abituati a chiamare, da un bel po' di tempo, città.

In città, in quelle italiane per lo meno (che non siano Milano, Napoli o Roma, molto più grandi della media) si riconoscono sempre due zone. Il centro e quello che al centro ci sta attorno. Chiamalo periferia, zona residenziale, sobborgo, hinterland o in tutti gli altri modi che vuoi, ma rimane il non centro.

Il centro si distingue per essere più fighetto, almeno come idea che dà e come prezzi che gli danno i vari venditori, locatori, commercianti di qualsivoglia merce che puoi trovare tra le vie impettite di palazzi storici.

Il centro di giorno? Persone che stanno andando a lavoro. O che stanno andando a cercarlo. Studenti che dovrebbero essere in classe, ma se è una bella giornata li vedi passeggiare con zaini improbabili e capelli ben pettinati. Serrande aperte. Odore di pane dalle panetterie, di dolci dalle pasticcerie. Di fiori dalle fiorerie colorate da secchi di metallo con dentro tulipani variopinti. Chi si incontra si saluta, chi si incontra e cerca di non salutarsi.  

Il centro la sera? Beh, inutile dirlo, arrivano persone, come formiche, da tutte le parti, escono pure dai palazzi più antichi -quelli che nessuno pensava fossero abitati da persone vere- per avventurarsi tra aperitivi, incontri, cene, concerti e altre forme di vita associativa a cui si dedica solitamente la parte finale della giornata.

Fuori dal centro tutto questo ronzare di attività, anche se in parte si può verificare, perde di fascino e, come spesso accade, le cose sbiadite passano inosservate.

La periferia potrebbe essere riassunta con un'immagine: c'è meno luce. Come se lì la sera arrivasse prima. Non ci sono i locali che la tengono sveglia con il loro ronzio umano da giro in giostra.

Dicono persino sia più pericolosa. dato che la vita costa di meno, il luogo comune che viene subito in mente è quello che ti dice: dove costa meno ci vive chi più delinque. Bene.
Non nel senso di "delinque bene". Era più un bene, prenditi una pausa su questo luogo comune e poi prosegui.

Però il mattino... eh il mattino il centro lo frega un po'. Lo frega proprio a favore del fuori-centro. In centro al mattino è rimasto tutto il grigio della notte prima, tutto il casino-non-digerito che la sera ha lasciato in eredità.
L'ubriaco che, smaltita la sbronza e passata al riparo la notte, se ne deve andare per non dare troppo nell'occhio.
I camion dei rifiuti con quelle luci fastidiose e il casino incredibile da camion troppo vecchio per strade troppo strette e le vampate di gasolio puro che rifila quando riparte...
Nessuna faccia nota perchè il ricambio di persone è alto e sembra quasi, a quell'ora di essere sempre in una città diversa.

La periferia invece?
La signora che stende il bucato nel giardinetto di fronte casa, perchè se non sei in centro, un po' di giardino lo hai anche. Ti saluta con il sorriso e urla al figlio che se tarda ancora un po' a scuola non ci arriva più.
Il cane che fa la passeggiata, ti vede e ti lecca felice prima di finire a gironzolare nel parchetto del quartiere. Che magari un po' di giardini li han ricavati tra le case della periferia.
Il signore distinto che sistema il bidone dei rifiuti e ha tempo di dirti qualcosa sul tempo che non si decide a migliorare.
L'anziano in passeggiata mattutina, con quotidiano sotto al braccio, cappello a tesa in testa, paio di "beats" over ear e un saluto guascone di chi la sa lunga.
La ragazzina che trascina lo zaino alla fermata del bus e aspetta con una faccia assonnata che solo lei. Mentre fa giorno.

Ecco che allora basta cambiare un po' la prospettiva, mettere a fuoco pur con poca luce, guardare bene e rendersi conto che... rendersi conto che.

finito il tempo. nuovo giorno. nuova
notte.
buona

domenica 18 maggio 2014

dieci a mezzanotte

musica - eurydice - the pains of being pure at heart, live (ascolta mentre leggi)(meglio la versione studio qui su spotify, ma se non avete l'account...)
fotografia - gp - monti lessini - d90 f/4.8 t:1/250 ISO:400



Ho visto viaggiatori serali su regionali veloci che si concedono una certa quantità del tempo di viaggio per dormire. Ma dormire in un modo particolare, direi atavico. Cullati come un tempo, quando, neonati, erano gli altri a decidere il loro ritmo circadiano. Guardarli fa sorridere, ma dà anche un retrogusto, per così dire, felice alla faccenda ritorno-di-fine-giornata.

Chi con le cuffie ficcate dentro gli orecchi e con la testa coperta da una coppola a quadri blu e gialli di cotone leggero -per la primavera, che non vuole arrivare, ma spera di propiziare- avvicina il mento al torace e un po' per la musica, un po' per i binari che fanno dondolare le carrozze, dà dei piccoli colpi col mento sullo sterno, in una strana danza. Non troppo forti, non troppo bruschi, quasi per simulare un ballo sincopato. I capelli cortissimi e bianchi che spuntano ai lati della coppola fanno sperare in un pezzo dei The Who in quelle cuffie. Magari, invece, si fa cullare da un brano shogaze, che vista l'ora e l'occhio nascosto dalla palpebra spiegherebbe molte cose, ma non riesco a sentire...

Chi incassa appena la testa tra le spalle. Flette lentamente il collo in avanti. Lentamente, piega piano, piano, quasi impercettibilmente, la testa verso il basso. 
Piega... piega... piega e poi BAM! ritorna diritto. In posizione di partenza, senza aprire mai gli occhi che tanto la strada da fare la conosce bene. 
Infatti ricomincia: scende piano piano, piega... e BAM! su di nuovo. 
Puoi passare parecchi minuti pensando che prima o poi si sveglierà, oppure che un colpo da un momento all'altro farà rotolare la testa sul sedile di fronte. Invece niente, continua così, presumibilmente fino alla sua fermata senza svegliarsi... 

Chi preferisce stare con la testa di lato. Destra o sinistra non fa differenza. Si alternano. Se è molto stanco e gli capiti seduto di fianco può pure essere che intraveda in te e nella tua spalla un futuro da cuscino. Per fartelo capire ci si appoggia a quella spalla. Ma sono momenti di rara vita vissuta, da raccontare con qualche messaggio su WhatsApp, proprio mentre ti succede e magari da incorniciare con un autoscatto (li chiamano selfie...ma ce n'era bisogno?). Forse un po' di compagnia, in fondo, la fa anche... 

Chi con la faccia stanca dalla giornata di sveglia-treno-lavoro-capo-che-ti-insegue-pranzo-lavoro-pausa-caffè-colleghi-che-salutano-treno sa bene cosa fare. Finalmente. Sul suo treno di casa. Troppo abituato a quel sedile dondolante per non approfittarne un po'. Appena si parte le mani fanno una specie di palla con il maglione, quasi in automatico. La testa trova subito il suo posto sopra quel maglione, con sotto quel poggiatesta, un mezzo sorriso compiaciuto e... 

Chi con le gambe magre di ragazza distratta, se ne sta raggomitolata in prima classe - che ogni tanto si inventano di far diventare seconda - su sedili un po' più ampi del solito, ma scomodi uguale. Tutta raccolta con piedi e ginocchia incastrate sul sedile. Tolte le scarpe e appoggiate con strana cura appena sotto il sedile. Vicine. Le braccia raccolte, i gomiti bianchi dell'inverno uno contro l'altro e le mani aggrappate tra loro sotto la guancia. Arricciata addosso a labbra appena aperte...

finito il tempo. nuovo giorno.
nuova notte. buona 

lunedì 24 marzo 2014

dieci a mezzanotte

musica - i tuoi maledettissimi impegni - max gazzè (ascolta che non c'è niente da leggere)
fotografia - non pervenuta

ma chi se ne accorge a due anni di distanza?

domenica 26 febbraio 2012

diei a mezzanotte

musica - mississipi isabel - king charles (ascolta mentre leggi)
fotografia - gp - rosolina mare foci, dell'adige - sony alpha 100 - f 5 t 1/40 ISO:400


sei solo quando accendi la luce di una abat-jour rossa sopra il comò. sei solo quando provi a pronunciare parole francesi. sei solo quando assaggi la lingua di un'altra persona. sei solo quando fai colazione il mattino presto con una leggera nebbia alla finestra. sei solo quando dipingi quadri che vorresti stupissero come quelli di Caravaggio. sei solo quando sei fermo in macchina per i carri di carnevale che occupano la strada una domenica in cui il carnevale è già finito. sei solo quando passeggi per le calli di Venezia, la magica Venezia. quando scopri che è sbocciato un fiore proprio della terra che ti passa vicino ogni giorno e che pensavi fosse sterile. sei solo quando ti sporchi. quando ti lavi. sei solo quando piove e vorresti continuasse fino ad annegare. quando nuoti nella piscina della tua città. quando passeggi per marciapiedi mai visti. sei solo quando le pubblicità dei manifesti ti disgustano. quando prepari da mangiare per gli ospiti. Sei solo quando lavi i piatti. quando ti addormenti in cucina. quando apri la finestra perchè entri un po' d'aria. sei solo quando qualcuno suona al tuo campanello. quando lo fai entrare. sei solo quando quando stai sul divano per ore senza sapere da quante, ore. sei solo quando guardi l'orologio, che non ti passa mai.
sei solo quando stai male.
sei solo quando cadi. quando corri. quando parti. quando vedi il più bel tramonto degli ultimi mesi. sei solo quando chiudi le tende. quando guardi qualcuno che ti sembra di conoscere, ma che non hai il coraggio di interrogare. sei solo a scuola. alla fermata dell'autobus mentre ascolti a tutto volume Rebel Rebel nelle cuffie. sei solo quando parli. quando ascolti la tua musica. sei solo quando sei ad un concerto con un casino di persone sudate attorno. alla gara più importante dell'anno. sei solo quando di anni ne hai già un bel po' e ti sembra impossibile di essere rimasto solo. sei solo, anche, quando sei solo. quando preghi. quando caghi. quando ti fai la barba. quando non hai voglia di farti la barba. sei solo quando stai baciando le tette più belle e ti ci vorresti aggrappare a quelle tette per un bel po'. sei solo quando perdi l'appiglio dell'arrampicata più difficile del mese. quando devi digerire. sei solo quando rutti. quando scappi. quando vedi un segnale di dare la precedenza. quando ascolti un disco dei Pearl Jam. sei solo quando fai colazione senza cereali ma con la spremuta. sei solo quando... quando sei solo che ti vengo a trovare? sei solo quando voli. Sei solo a Barcellona, Cambridge, Malmoe, Vienna, Londra, Firenze. sei solo di notte sul treno mentre ti raccontano la barzelletta più divertente degli ultimi anni..che è da un po' che non ti fanno ridere. sei solo quando guardi la tv. quando la tv ti guarda. sei solo quando sei al mare.
sei solo quando spari cazzate e tutti ridono. sei solo quando muore qualcuno in guerra e non sai ancora perchè. sei solo quando dici ovvietà da bar sport. sei solo quando le ovvietà da bar sport le trovi nelle trincee quotidiane della vita. sei solo quando leggi. quando navighi. quando partorisci, sei sola. quando cresci. quando impari a piegare le magliette. quando stiri. quando parli ad un pubblico adulto. quando fai meravigliare un bambino che ti ascolta come fossi il mago delle fiabe. sei solo quando studi il cerebellum di un topo di tre mesi. sei solo in mezzo agli eschimesi. sei solo quando arrivi a casa dopo due giorni, o forse ti senti solo.

sei solo anche quando..no non è vero, non sei solo quando sei..








mercoledì 18 gennaio 2012

mezzanotte e... una torta di mele

Musica - m83 we own the sky (ascolta prima di ascoltare il mare)

Niente.
Tutto bianco, abbacinante, senza colori. Non un odore, non un sapore. 
Silenzio, da sempre, senza pause.
La pelle fredda non prova alcunché.
Si apre una porta. D'improvviso sento il rumore delle onde; guardo dentro e vedo l'azzurro del cielo che si specchia nell'acqua. 
Entro e l'odore del mare mi arriva dritto in fronte e il sapore del sale mi ha già seccato le labbra. Posso toccare l'acqua che il vento mi porta sulla faccia a piccoli spruzzi, emulsione di luce aria acqua sale sole.    Lei.

I primi passi e le orme sulla sabbia lo urlano chiaro. Prendo tempo, gioco con una conchiglia distratto e attento al ritmo del mare. Attento. distratto. distratto. attento. Ascolto le poche parole che escono a fatica dalla sua bocca, per capire dove va tutta questa acqua. Questo mare che mi piace parecchio senza sapere il motivo, forse perchè non riesco a conoscerlo. Pochi scambi di battute vaghi accompagnano il suono del vento tra gli scogli che affiorano. Tutto si confonde e sembra svanire con le impronte veloci e fitte di granchi dispersi dalla tempesta.

Sto per perdere di nuovo. Perdere?

Perchè quando vuoi tenere per te il mare devi evitare di commetter lo sbaglio più grande: cercare di prenderlo con la mano e stringerlo forte per imprigionarlo. Tenerlo lì con te. Ti accorgi che più stringi il pugno, più l'acqua scappa da ogni parte e soltanto il salmastro resta nel tuo palmo a ricordarti quanto bello poteva essere e invece non è stato. Puoi solo leccarlo per farlo sparire nella gola.
Nel mare ti puoi tutt'al più immergere. Se lo vuoi con te devi spogliarti e incamminarti contro le onde. Bagnarti.
Partendo dai piedi, passando alle gambe. Abbassi le mani per entrarci con le dita. Avanzi. La pancia e il petto fanno fatica ad accettare il freddo. Il cuore accelera e qualcosa ti dice, se ascolti. Alla fine il collo, la testa, i capelli e tutto. Solo allora il mare è con te. O meglio, tu sei con il mare.
Ti ci puoi buttare anche all'improvviso con una corsa alzando bene le ginocchia per arrivare prima possibile dove l'acqua è alta abbastanza per tuffarti. Senza pensare, d'un tratto, inventando una traiettoria. 

Il modo per starci lo puoi scegliere, forse. Ma non cercare di prenderlo. Il mare.

Amare è la più bella delle debolezze
E anche il modo peggiore di cadere 
all'infinito dall'alto di una muraglia 
Di perdere l'equilibrio quando si è 
appollaiati in cima ad una scala per 
cambiare 
una lampadina. 
Tahar Ben Lelloun, Cinquanta paradossi

venerdì 6 gennaio 2012

dieci a qualche ora di qualche cosa che forse finisce e forse inizia

musica - jonsi - tornado (ascolta e leggi il testo se hai voglia)
fotografia - gp - dalla finestra di camera mia - d90 f/4 t:1/400 ISO:200


Se ne hai una sola, tanto vale vederla nel modo migliore. Una sola cosa? Vediamo...
- tavoletta di cioccolato
- lista della spesa
- possibilità di inciampare
- calza con dentro il piede da accarezzare
- bottiglia di vino
- bocca che sbadiglia
- pausa tè mai bevuto
- luce dei lampioni
- finestra per guardarti
- voglia di rivederti

Passeggiare in una galleria del centro. Guardare avanti, dritto, un punto fisso. Vedere volti, avanzare. Guardare avanti e vedere volti. Non guardare volti e vedere avanti. Così per scelta. Per restare estranei. Capelli scuri di donne alte.  Guinzagli con cani stanchi. Berretti calati su fronti sorridenti. Le feste aiutano a distendere: visi, rughe, rapporti, tovaglie dismesse dall'anno prima. Cammino e sorrido. Penso che dietro di me non lascio niente. Mi giro. Invece no, qualcosa dietro c'è. Ci sono persone che scommetto sorridenti anche se posso vedere solo capelli o cappucci pelosi o berretti scuri o sciarpe colorate. Soffro il non poter dire la mia a chi mi vuole evitare. Forse c'è un tempo per stare zitti, in disparte, al freddo del distacco. Fino a quando non passa l'inverno. Che non vuol dire stare lì fermi ad aspettare. Vuol dire che bisogna mettersi a saltare sul letto ed essere felici. Saltare di gioia proprio sopra il materasso...
Scusate mi hanno detto che bisogna saltare sul tappeto davanti allo specchio non sopra il materasso...scusate.

finito il tempo. un nuovo giorno.
nuova notte. buona

sabato 26 novembre 2011

Dieci a...qualche ora del mattino


musica- regina spektor - genius next door (ascolta mentre leggi)
fotografia - gp - firenze santa maria del fiore


Calca. facce che fumano. è il freddo.

Corpi che spingono. è l'ansia da è-arrivato-il-treno-non-perdiamolo. che poi il treno è lì. fermo. e solitamente mi insegnano che aspetta che tutti siano saliti. Però fa freddo e forse è quello il motivo delle gomitate che ci si scambia in quei momenti. Mi accorgo tra l'altro che non posso farne a meno. Sono talmente compresso che anche se non mi muovessi sarei costretto a scontrarmi. Costretto dal posto e dal momento. spazio e tempo costringenti. Disagio. Disagio che ritorna ogni volta. come questa.

L'alba. è lei che mi accompagna in stazione. L'alba e le mani fredde.

Partenza confusa. è il sonno, data l'ora. L'ora che ho visto prima di addormentarmi, non quella che mi incrociava col treno sul primo binario per Roma.

Bianco. è la brina.Mentre lasci la città nell'autunno profondo scopri che è tutto bianco. I tetti, i giardini, gli alberi. Dicono sia l'acqua che il freddo trattiene addosso alle cose.

Spengo la vista. è la nebbia. Pochi metri di terra dal binario e poi nient'altro. Tutto grigio. Solo. un. piccolo. sole. tiepido. giallo. rifratto. vicino all'orizzonte.

E parlare dei maiali e delle francesi. Coi loro nasi. Dirmi che dovrei dormire non è proprio quello che vorrei sentirmi dire. forse è ancora meglio.

Risveglio. è la voce che "Bologna centrale, siamo in arrivo a Bologna Centrale". Conto cinque gru. senza ali. Diciotto cartelli pubblicitari. Sei insegne luminose spente. tre palazzi bruttissimi. uno molto alto, molto bello, con una gru sulla cima. in costruzione penso. costruzioni..

Buongiorno signori. è il controllore, anzi la controllore. Che si scosta appena per far passare un paio di pantaloni coloratissimi sotto una maglia di cotone bianco e capelli biondi raccolti elegantemente. Preme il il pulsante della porta scorrevole e via...

Dimenticare le parole di una canzona che si sapeva a memoria. continuavi a cantarla. Aveva delle bellissime parole. Neanche ballandone i passi che improvvisavi a memoria ti tornano in mente. erano belle parole

All'improvviso felice. è Firenze

sabato 19 novembre 2011

dieci a mezzanotte


musica - jon hopkins - light through the veins (full) (ascolta)
foto - unknow, maybe..



Cinque gradi. Nebbia che si dissolve. Fuori fa freddo.
Apro la finestra. Alzo la zanzariera di un'estate fa. Passata, l'estate, come le zanzare, quando la zanzariera, la stessa di prima, la si dimenticava alzata.
Cielo azzurro chiaro. Disteso sul pavimento nella macchia di sole proiettata attraverso la finestra guardo fuori. Il sole bianco, al centro della cornice. Pochi istanti e poi devo chiudere gli occhi. Sento il caldo.
Il.    Sole.    E'.    Caldo.
Anche in inverno. Lo ricordo proprio ora, che l'aria è fredda e bagnata dall'umidità della notte. Disteso, occhi chiusi. Ascolto.
Penso anche.
Penso che sarebbe stato bello scivolare su un gradino invisibile.
Far ridere chi mi stava vedendo.
Rialzarsi con eleganza.
Sparire.
Sparire lasciando un piccolo segno su labbra appena arricciate all'insù... in un sorriso.
Un sorriso scoperto dagli occhi appena sopra quella bocca, proprio qualche momento dopo, nel riflesso di una vetrata. Così, per caso, senza ricordarne il motivo, di quel sorriso.
Mentre aspetto che la bambina finisca la corsa nel piccolo viale, sperando non attraversi la strada anche se non passa nessuno. Di solito.
Girerà a sinistra e poi...
E poi forse, se resta bambina, torna a sbirciare sporgendo appena la testa da dietro la siepe. Per vedere che succede qui.
I capelli che pendono di lato, la faccia obliqua per non farsi vedere, gli occhi grandi e un sorriso. Quello di prima

domenica 25 settembre 2011

dieci a mezzanotte

Musica - gold panda - lucky shiner (ascolta mentre leggi)
Fotografia - gpasini - lanciano, nocera umbra, agriturismo la torre di lanciano



Giannelli Enrico. Tutto un po' in discesa. Seduto. Che sembra di avanzare, scivolare, anche se di poco appena. Abbaia e risale di corsa senza far fatica. Lasciandosi dietro un leggero alone odoroso di polvere che confonde la terra con la poca erba rimasta verde. Di un verde bruciato. Lanzani Alessandra! Mi lecca la mano e si siede di fianco. Ma come cazzo fai a non annoiarti mai? Ad essere sempre contento solo perchè ti porto a pisciare su qualche albero? magari è perchè sono alberi sempre nuovi che non avevi mai annusato, che ti sembra di conquistare il mondo? Mi guarda ancora più felice perchè gli sto parlando, penso. Tamburello una decina di volte le mie dita sulla sua schiena pelosa.
Maggioli Silvia. Maggioli Silvia (ripete). Mi alzo di scatto e corro in discesa per cercare di allontanarmi d di fregarlo, ma dopo due metri mi è già davanti a far festa con la bocca spalancata. Il vantaggio di avere quattro zampe. Rossetto Caterina... che per altro ha una bella camicia bianca sbottonata. Aperta. 
Passeggiamo uno di fianco all'altro con il caldo che ancora rimane attaccato a questa estate che sta per finire. come l'erba appena tagliata appiccicata alla maglie di chi si è sdraiato su un bel prato regolare, forse un po' troppo se non fosse proprio per quei fili. Appesi. A maglie bianche, gialle grigie, rosse, blu, arancio...
Che poi se hai sempre quest'aria felice vuol dire che non ti rendi nemmeno conto che sei felice! Hai capito? Ragionamento insulso dici? Però è logico, magari di una logica debole, ma sempre logica. Se non ti sei mai tagliato il pelo come puoi sapere come stai senza? Sei perplesso eh? Ecco è già qualcosa.
Vian Andrea. Vian Andrea (ripete). 
Mi sono sempre stati sul culo gli appelli. Chiamare per nome chi non conosci. E questo passi, ma fregarsene anche della faccia che ha...e in realtà prima ancora del nome! Ma che minchiate sto dicendo? Dai leccami la mano che torniamo a ...

domenica 4 settembre 2011

dieci a mezzanotte

Fotografia - gp - firenze ponte a santa trinità - nikon d90 f 4.8 t 1/13 iso 800 
Musica - nicolas jaar - time for us (ascolta mentre leggi io ascoltavo mentre scrivevo)


Parlez-vous francais? Non bene in realtà, ma con qualche parola provo a riempire il tempo senza abbassare di troppo la sua attenzione. Fino a quando non capisco che parlare a volte non è necessario. Metto il dito -indice- davanti alle labbra e il guinzaglio del mio cane nella sua mano, come a dire: seguiamo lui, che il francese lo sa. Un peu...
Contento, con la lingua di fuori sulla destra, parte strisciando appena il pelo sui suoi jeans puliti per far capire chi fa parte del suo branco. Il braccio si allunga, ora è l'estensione del guinzaglio rosso che non stona per niente con la camicia azzurra, larga e con i polsini sbottonati. La gente ci guarda distratta, non si accorge che non ci conosciamo per niente eppure stiamo camminando come fosse la cosa più normale del mondo. Come fanno?
Metto le mani in tasca in cerca di non so che e  trovo: a destra monetine, un pezzo di carta -per occupare la mente lo immagino scontrino-, e quel po' di peluria arrotolata di tessuto che trovi sempre nelle tasche quando fai le lavatrici e controlli prima -non sempre ovvio- per non lavare qualcosa di importante che è meglio resti sporco. A sinistra un elastico e la solita peluria da tasca.
Tolgo l'elastico dalla tasca, ci gioco un poco mentre vedo la sera avanzare, due vecchi seduti vicini su una panchina verde, un cestino stracolmo di rifiuti, una fila di lampioni accesi, i suoi sandali pestare una foglia secca, due macchine partire al verde del semaforo, l'aria che si rinforza e fa appiccicare la camicia alla sua figura, una finestra aperta con una lampada accesa tra molte altre finestre chiuse, un sorriso poco marcato ma convinto, il mio cane contento come la prima volta che vide il mare.
Forse sono solo io contento e vedo tutto filtrato.
Mi fa capire che vorrebbe fermarsi a bere qualcosa...Va bene, dico, e penso subito a dove andare.
Dopo il bicchiere si riempie, piano, di vino rosso che balla appena sulla superficie concava. L'odore è buono e piace ad entrambi che perdiamo ancora qualche secondo a ridere e annusare...rider-annusare-ridere-annusare.
Inizio col raccontare la pubblicità della nike che ho visto qualche giorno fa e diceva:
YESTERDAY YOU SAID TOMORROW
e le regalo l'elastico

finito il tempo. nuovo giorno. nuova notte
buona

martedì 2 agosto 2011

dieci a mezzanotte

Musica - i break horses - hearts (ascolta mentre leggi)


Solo il tempo ti può aiutare. Aspetta che passi un po' di tempo e vedrai... Datti del tempo per superare la cosa.
Uno si chiede allora cosa sia questo tempo, più che quanto lungo sia questo tempo per...per quello che deve servire. Il tempo...allora vediamo per me il tempo è spazio in movimento se guardo all'indietro, sensi sollecitati e impressi nella memoria. Non c'è nulla di vero in questo tempo, o almeno, di vero in senso forte. Quello che ci resta è sempre molto distante da quello che succede, solo che noi lo si percepisce sempre egoisticamente per quello che ci interessa.
C'è il tempo che vuoi vedere davanti. Quello è più o meno colorato con i colori dei desideri, degli ideali (che son pur sempre desideri mascherati) e della tensione a non vederci mai morti. Questo colore è ovviamente sfumato in mille tinte perchè per quanto uno si impegni è veramente difficile da disegnare tutto e in maniera precisa quello che ci viene di fronte.
C'è, infine il tempo del presente, che...che è questo.

finito il tempo. nuovo giorno. nuova notte
buona

lunedì 18 luglio 2011

un treno quasi perso

Musica I - phoenix - rome (ascolta mentre mentre stendi) "we share a cigarette somewhere"
Musica II- king creosote & john hopkins - bubble (ascolta mentre si asciuga)
Fotografia - gp - f 4.8 t 1\200



Riempio uno spazio vuoto. Bianco. In primo piano una finestra aperta, in legno di abete marrone scuro con delle venature grigiastre dovute al tempo e all'aria salmastra. Sì, oltre alla finestra c'è il mare. Non che centri qualcosa, ma il mare mi piace e ce lo voglio mettere anche se solo fuori dalla finestra, in lontananza senza che si veda. Che si senta sì però.

Sotto la finestra la via di un centro, una zona pedonale. Qualche persona che passeggia, discorsi calati di punto in bianco, che entrano dalla finestra aperta per il caldo, rimbalzano sui muri macchiati dal tempo e su una stampa di un  quadro di schiele portato come ricordo da un viaggio o da qualche mostra.
Poi fuori. Di fronte, un palazzo alto poco più di due piani. Due fili bianchi da bucato che partono da sotto la finestra per raggiungere la casa di fronte e ritornare pochi metri dopo.
Mi piace questa cosa dei fili del bucato che uniscono. Ci stenderei la mia maglietta azzurra. Vicino alla canottiera a righe orizzontali bianche e viola della vicina di fronte. Disegnerei una mano sul muro con le unghie rosse. Anzi no, disegnerei sul muro di fronte due piedi con le unghie rosse. Il colore rosso lo darei con un smalto da unghie. Così troverei due piedi che si lasciano colorare. Aspetterei il sole della sera, caldo e fermo, le voci che passano di sotto, i gatti che si spostano con l'ombra, i capelli mossi dal vento, i viaggi fatti per caso, le vite girate al contrario, i cocomeri freschi sul balcone,
Troppo mieloso...
e un sorriso. Il primo. Senza noia.

martedì 12 luglio 2011

Se questa è vita

Musica - nada surf - blankest year
Video - apertura della rosa di Gerico - 6 pic/min, 20 ore



La rosa di Gerico - o pianta della resurrezione - è una figata.
Intanto se non ci dai acqua, non fa la vittima ma se ne sta secca secca, buona buona, in attesa che tu ti ricordi di lei. In secondo luogo puoi portarla in giro, che quando devi spostarti lei si appallottola. Te la possono regalare anche se devi andare in aereo, per dire, che al limite uno non serve neanche la tenga nella valigia ma ci sta benissimo anche nelle tasche del giubbino. Per dire.
Fatto è che questa palletta rinsecchita basta che annusi l'acqua e rinasce completamente, aprendosi nell'arco di 2-3 ore e riacquistando un colore verdognolo...dico verdognolo perché anche se mi suggeriscono "verde brillante" non me la sento di definire in questo modo il colore della mia rosa.
Wiki fa anche notare come il fatto che si apra non sia necessariamente indice di vitalità, ma potrebbe essere semplicemente un riflesso della pianta morta, fisiologicamente programmata per aprirsi e rilasciare i propri semi in un ambiente umido (e quindi favorevole alla propagazione della specie). Diabolica!
Fortunatamente, in quest'epoca di idioti, non ci fa ne caldo ne freddo che la suddetta rosa sia viva o morta.
Basta che si apra e si chiuda a comando.

Come diceva qualcuno: nuovo giorno. nuova notte.

Buona

sabato 25 giugno 2011

dieci a mezzanotte

Musica - virgo four - it's a crime (ascolta)
Fotografia - gp - padova portello - f 4.5 t 0.65 iso 3200

e oggi cosa abbiamo imparato? Ah ecco... pensavo a Cees Noteboom scrittore olandese famoso per giocare con spazio e tempo. Soprattutto con lo spazio per quello che ho letto io di lui. Uno dei suoi racconti, secondo me, più riusciti parte da una foto. Il protagonista prende la foto e la guarda. Vecchia foto di un gruppo di amici a Venezia. Tipico no, per un europeo? Pensa al valore di quell'immagine. al suo valore per ognuno di quei signori sopra stampati, bloccati, ma in qualche modo vivi di una vita propria, diversa da quella delle persone in carne ed ossa che la foto rappresenta. Racconta poi della fine che qualcuno ha fatto o della fine che qualcun'altro deve ancora fare.
Scatto la foto che c'è lì a destra. Qualche nordafricano mi chiede se per caso stavo fotografando lui o i suoi amici.
Appoggio la borsa. Vedo facce sconosciute. Guardo facce sconosciute. Prendo il monopattino. Arrotolo i pantaloni troppo lunghi. Vedo altre facce, palazzi, cancelli, porte, bar, biciclette, macchine sfuocate dai fari che proiettano, un fiume, una chiesa, un ponte, molte rotonde, altre facce. Salgo le scale. Sento storie che trovo strane, assurde e allo stesso tempo normali, arrotolo una manica della camicia. Mi viene alla mente uno stormo di uccelli che ho visto poche ore prima. Un bel gruppo di non so cosa, erano troppo lontani. Ricordo però che sembravano una macchia psichedelica per lo sbattere delle ali. Bel vedere: puntini neri-su sfondo azzurro-terso-macchiato da qualche nuvola-bianca-non molto alta.
Poi ritorno a pensare a persone che deludono altre persone che deludono altre persone che deludono altre persone che deludono altre persone che deludono altre persone che deludono altre persone che deludono al... sperando di non deludere nessuno. Con coscienza almeno. Perchè altrimenti è come una vena piena di schifo che si accumula giorno per giorno e che prima o poi esploderà, riempirà dello stesso schifo tutto attorno e difficilmente riuscirà ad essere cucita. Eventualmente...una cicatrice indelebile. Eppur son persone...

venerdì 17 giugno 2011

dieci alle 6 (a.m.)

Fotografia - gp - D90 f 3.5 t 1/2500
Musica - massive attack - paradise circus feat. hope sandoval (ascolta)



Ho acquistato le ciabatte. Era un po' di tempo che lo dovevo fare e mi sono deciso. So che sono soltanto ciabatte, ma è stata una scelta importante lo stesso. Ne ho visto un sacco di modelli. Infradito: scartate subito. Troppo poco flessibili. In inverno che fai? col calzino sono scomode...Incrociate: eccessive per stare in casa forse. tranne un modello carino che rassomiglia parecchio a quelle cose-che-non-so-come-si-chiamino che portano i giapponesi. Sì insomma mentre stanno lì vicino al tatami, si mettono quelle cose parecchio ingombranti con la suola in legno, avete presente?
Poi ci sono quelle in gomma. Le crocs o simili...che so io come si chiamano. Nate negli ospedali, portate da tutti. Sarà per Scrubs, Doctor House, Grey's Anatomy, che se non sbaglio sono serie che tirano parecchio e che sono girate più o meno sempre in interni dove tutti indossano ste cose in gomma. Colorate. Hanno persino degli affarini che tu puoi attaccare nei buchini che forano la parte superiore. Ma che bene.
Poi pensi al viaggio in barca, scendi nella metro di Wien, capisci cosa ti dice, in tedesco,  la vocina metallica alla fermata e mangi una mela schifosa proprio prima del teatro dell'Opera di Stato. Ti resta un gusto pessimo, sputi un pezzetto nel tombino e prendi l'ultimo cocco fresco dalla cambusa. Domani bisognerà comprarne ancora. Che poi domani........
non mi ricordo cosa volevo dire.
ah ecco! volevo dire cosa ho imparato oggi:...
Non ho voglia. sono un sacco di cose. Invece mi ricordo che per fare un buon Mojito servirebbe lo zucchero di canna raffinato. Quello bianco. Mi ricordo anche quanto fastidiosi siano gli ubriachi al bar quando sta per chiudere. Da fuori sono anche divertenti, ma soltanto il giorno dopo, quando ci ripensi. Se poi è una ragazza a chiederti cinque "Rum e pera" per le sue amiche...beh allora è ancora peggio.
It's a thunder and its lightening!
Alla fine le ho prese bianche le ciabatte. Comode. Classiche. Leggere. Non si può sempre esagerare dai...

mercoledì 8 giugno 2011

dieci alle 6 (a.m.)

Musica - jacques green - another girl (ascolta)
Fotografia - gp - budapest - EOS 450D f 5.6 t 1/250



"Basta lavorare per oggi, andiamo a casa".
La polvere nera è quella di un'officina di provincia. Vetri scuri che filtrano quasi tutta la luce, portone grande all'entrata e pochi spazi non riempiti. Un calendario. Un orologio. Un'infinità di scaffali. Lampadine appese a fili che si muovono appena per l'aria -poca- che passa.
"Certo che nella tua situazione mi fai proprio pena".
"Ma scusa, come fai a sapere? Come fai a sapere che mi ha..." "No, dico, nella tua situazione mi fai proprio pena, punto!" "Sì ma, che colpa ne ho?" "Che ne so?"
Fine.
Non sempre è questione di colpa.
Si aprono gli occhi e il sipario ma non si riesce a mettere a fuoco. La luce rare volte è da ostacolo alla vista. Le sei sono lì ad un passo. Letto caldo, aria strana, pesante. Forse per colpa della polvere dell'officina.
La differenza tra star male e essere morti è che il primo lo puoi sentire, l'altro no.
Poi, l'epifania! Cos'è un'epifania? Qualcuno o qualcosa che ti fa realizzare, comprendere la più ovvia tra le evidenze che avevi davanti agli occhi. Era da sempre lì, ma senza quell'epifania forse non ci saresti mai arrivato.
...da lì si deve iniziare

domenica 22 maggio 2011

La fine dei treni

Musica - chris and the other girls - ready if you are (ascolta)
Fotografia - mc - 450D - f8 t1/160


Senza dubbio! La fine dei treni è la parte migliore. Dei treni. Perchè se manca la locomotiva-coda-treno, che fa da ultimo vagone, e hai la fortuna di accorgertene, puoi sederti per terra, sulla moquette della piccola entrata subito dopo gli scalini e guardare oltre la porta in vetro. Porta che di solito divide i due vagoni, mentre questa volta divide te dalla terra che corre. Spingi i piedi verso il vetro, la schiena sulla plastica fredda e azzurrina.

Terra che scappa. Sembra che tutto quello che vedi parta dalle tue spalle e si stacchi dalla pelle per perdersi tra due rotaie che si stringono lentamente per non darsi fastidio. Tutto molto veloce se ne va. Fa male, ti lascia una smorfia graffiata sul muso.
Ti accorgi di piccole cose che non avresti mai e poi mai immaginato. I fili, che mandano avanti la locomotiva, che sempre credevi paralleli ai binari in realtà fanno zig-zag tra una rotaia e l'altra come per noia. Se li guardi dal basso, dal vagone, mentre stai viaggiando veloce, sembra di vedere un pendolo in aria: destra-sinistra-destra-sinistra-destra-sinistra...
Oppure certe volte il tutto rallenta e sembra essersi rotto qualcosa. Invece è soltanto la stazione che stai per raggiungere che vuol farsi vedere bene, prima di sparire. Un punto. Un niente! Chissà perchè le cose che se ne vanno devono prima diventare piccole.
Ovviamente devi ascoltare della buona musica perchè nell'anticamera del vagone c'è un casino incredibile...che tra l'altro ti serve anche se arriva una bambina indiana in braccio ad una mamma un po' stanca dei suoi pianti senza un motivo. Ti serve perchè se la musica è buona, ti riesce facile fare qualche faccia stupida da contraltare al pianto della piccola. Chissà perchè una smorfia stupida vince un pianto stupido. Fai la lingua, e le lacrime si incastrano tra le pieghe della sua pelle morbida di bambina, proprio sopra la bocca che ride.
Le lacrime si seccano sulle guance rossicce, i capelli nerissimi si muovono con l'aria che entra dalla porta, gli occhi piccoli si girano un'ultima volta mentre la mamma scende gli scalini, il collo gira la testa. Non c'è più. Andata.

giovedì 31 marzo 2011

(RI)dieci a meyyanotte...ma chi crede alle vecchie yie?

Musica - julian casablancas - tourist (ascolta mentre leggi)(anyi guarda invece di leggere che ho sentito dire sia parecchio figo sto julian)
Fotografia - gp - part of a girl  d90 f4 t 1/1250


Hai presente una ruota che gira? Anyi prima di immaginartela aspetta un secondo e pensa ad una bici capovolta. Ruote all'aria, sellino e manubrio per terra. Prendi in mano il copertone, che sarà sicuramente sporco, e dagli una bella spinta. Allontanati di qualche metro e osserva. Osserva bene soprattutto quel piccolo peyyo di plastica arancione. C'è in tutte le ruote, nessuno lo nota però sta sempre lì. Nessuno se ne cura anyi è piuttosto brutto, ma lo si lascia perchè è un casino toglierlo. Qualche yia dice che ti può salvare la vita, ma chi crede alle vecchie yie?
Nella testa ne ho uno di quei peyyi di plastica catarifrangente. Continua a girare anche per me e gira e gira e...
Una storia.
Che fa avanti e indietro per le ossa craniche come un famoso salvaschermo di grossomodo quasi il 75% dei pc in commercio. Che storia?

C'era una volta una torta che stava per essere preparata. Preparata per n naso che non sentiva odori e per una bocca che se ne fregava dei sapori. Per la pasta yuccherata c'era un poco di burro, yucchero, un tuorlo d'uovo, una spolverata di mandorle, farina acqua e il solito piyyico di sale.
Per la crema di cui voleva ricoprirsi per uscire a testa alta dal forno un bel po' di cioccolato fondente, del latte, panna fresca, alcuni tuorli e dello yucchero.
Uscita parecchio bene, forse un po' bassa, direi proporyionata se ne stava li ad aspettare il suo naso e la sua lingua. che altro deve fare una torta. Aspettare e farsi mangiare. Aspettare. Aspettare...aspettare, aspettare.
E se poi non arriva? Due sono le possibilità:
1)aspettare e sperare.. che magari va bene.
2)andarsene da qualcun'altro con il carrello della spesa ben capiente per passare qualche ora diversa, in ogni caso, dalle aspettative.

Sceglilo tu il seguito, anyi inventane anche un altro se ti va di darmi una mano. Perchè la ruota gira, gira, gira...

Ad ogni modo mi manchi. Ecco tutto e la storia forse ricomincia proprio da lì.

[ndb: chiaramente le y sono sostituite dalle z...sto usando una tastiera tedesca...e ho risparmiato di sbagliare appositamente tutti gli accenti e gli apostrofi...so che non interessa, ma sembrava carino dirlo]


martedì 8 febbraio 2011

dieci a mezzanotte

Musica - daniel benjamin - escape! (ascolta mentre leggi, ma scolta)


Su un semi soppalco, seduto sul parquet non laccato. marrone scuro. schiena contro il muro. bianco. testa appoggiata all'ultimo elemento di un termosifone in alluminio smaltato. bianco. bicchiere appoggiato sopra una vecchia macchina da cucire. rosso, rosso vivo da spritz al campari. un maialino e una mucca sopra delle piccole campane vicino al cantante, che avvicina la mano, tira la cordicella e da setto e otto piccoli colpi incerti alla campana-sotto-maialino. Dietro di lui lei. Sì, lei che, seduta di fronte ad un clavicembalo, aspetta l'ultimo rintocco per iniziare.
Chitarra, grancassa, hi-hat, rullante oltre alle campane. Poli-strumentista con un talento particolare: la sincerità. Sincero il suono, sincera la voce, sincero il suo inglese. già, perchè viene dalla  Germania. Lei invece è Greca. Un brano che li unisce parte come un sirtaki con le mani del pubblico che scaldano la piccola sala che ci ospita.
Ambiente caldo, vibrazioni da loro a me. Bello quando suonano per tutti, ma sembra che suonino per te. Il piede che tiene il ritmo sul legno, il bicchiere che si svuota piano. Ragazze sedute su cubi di legno e stoffa. Strofinacci sopra il rullante e la grancassa a dirti che ti trovi a casa tua ed è come se non potessi disturbare i vicini. Il bicchiere ha perso il rosso di prima e s-forma soltanto le immagini che lo attraversano a fatica. Mentre il piede continua a ritmare la gamba, la mano gli sta dietro. Peccato. Peccato cosa? Peccato non aver portato un paio di scarpe nere con i lacci rossi. Sarebbero state bene. Credo. Torno al maialino, al termosifone, alla vecchia macchina da cucire, al bicchiere, al parquet. Arrivi, parli, bevi, ascolti, tieni il tempo, ascolti, chiudi gli occhi, vedi, ascolti, ascolti...Forse questo della musica può dare qualcosa alla nostra condizione. Non so cosa sia questo qualcosa, se egoismo, se piacere, se casualità, se scontro, ma innalza. Gli occhi. Sinceri.